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“Sono io, non abbiate paura”.

L’eterno riposo e l’eterno lavoro d’amore

Le circostanze attuali ci portano a vivere l’esperienza dell’incertezza e del timore, ma i cristiani sono chiamati a leggere la vita e la morte, il lutto e la festa, il lavoro e il riposo guardando Gesù Cristo.

Attingendo al tesoro di grazie che la Chiesa misteriosamente amministra, con la visita a un cimitero essa ci regala un’indulgenza plenaria che possiamo applicare a un defunto. In questo mese tocchiamo con mano il mistero della comunione dei santi e della Chiesa nella quale siamo uniti ai santi del paradiso che sorridono e proteggono, e alle anime del purgatorio con le quali continua il reciproco aiuto. È più presente la Chiesa madre che distribuisce doni tra i figli e attraverso i figli che si amano.

Nella primavera scorsa abbiamo fatto esperienza collettiva della nostra fragilità e precarietà. E torniamo a viverla in quest’autunno, col timore della ripresa dei contagi, le incertezze della vita lavorativa e sociale, i condizionamenti delle ordinanze delle autorità. Penso in particolare al disagio delle famiglie con figli che vorrebbero mandare a scuola e a volte non è possibile farlo. “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie[2]” scriveva il poeta Giuseppe Ungaretti, soldato nelle trincee del Carso. Oggi questa sensazione si diffonde tra persone comuni di ogni ceto e di ogni età, come se la trincea si fosse spostata nelle strade delle città e negli ambienti di lavoro, di studio e di svago.

La morte, un po’ occultata e un po’ spettacolarizzata col fine di esorcizzarla nei decenni precedenti, come annotava Joseph Ratzinger[3] in quella che definì la sua “opera meglio riuscita”, torna a essere protagonista delle paure quotidiane, del non detto e dei discorsi, e soprattutto dei vissuti, perché vicina di casa e apparente vincitrice, ancora una volta e in modo planetario e invasivo. Non pochi fedeli durante la messa del due novembre sentiranno riaprirsi la ferita per quella persona cara, familiare o amico, che dovettero salutare rapidamente, qualche mese fa, mentre saliva su un’ambulanza a sirene spiegate e che non poterono più avvicinare, confortare, abbracciare e nemmeno benedire e piangere pubblicamente nella messa di un funerale. E si chiedono il perché profondo. E lo chiedono a Dio. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Non abbiate paura

Le parole di Gesù in croce confortano e aiutano, e con le sue lacrime per Lazzaro e per il dolore di Maria di Betania, ci danno traccia per la preghiera e offrono l’unica risposta silenziosa a quei dolori che altrimenti sarebbero senza pace. Maria sua madre era lì sotto la croce di Gesù insieme ad altre donne che lo amavano e al discepolo amato.

E per quel parente e quell’amico, solo nella corsia concitata, piena di tubi e di scafandri, nel momento supremo del distacco da questa vita, con il respiro che non ce la faceva più, noi lo crediamo: ebbe accanto Maria nostra madre, i santi e gli angeli del cielo, e spesso attraverso angeli terreni, infermieri e medici che si sono improvvisati parenti, “Fratelli tutti”, hanno vissuto il sacerdozio comune dei fedeli in modo coraggioso e inedito, benedicendo e pregando, a volte addirittura ungendo con l’olio santo il moribondo.

Quei cari moribondi, nella loro solitudine, si sono uniti alla solitudine suprema di Cristo, “mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” (Gv 16,32), hanno avuto il viatico della comunione dei santi, della fraternità universale. Lo crediamo. Pur nella distanza fisica ci hanno sentiti vicini. La vicinanza dell’amore, della preghiera e delle lacrime. Gesù che ha sofferto nel Getsemani e sulla croce in sommo grado ogni abbandono e ogni solitudine dei suoi fratelli e sorelle di ogni tempo, anche le più profonde, non li ha abbandonati. E si è avvicinato a loro sussurrando: “Sono io, non abbiate paura”.

Anche quando parla della sua morte Gesù parla della vita e della sua risurrezione. “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.” (Gv 16,21-22) Con lo sguardo fisso su Gesù Cristo morto e risorto, leggiamo la vita e la morte, il lutto e la festa, il lavoro e il riposo, la salute e la malattia, la primavera e l’autunno, e cerchiamo di trasformare ogni evento quotidiano in un atto d’amore.

Don Andrea Mardegan

Parziale riproduzione articolo del 29/10/220 Vita Cristiana