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Occorre cercare Dio nella vita ordinaria e nelle circostanze di tutti i giorni.

Dall’impressione di insufficienza, di incompiutezza, persino di delusione e frustrazione, che si insinua spesso nelle nostre vite, si avvia la riflessione del vescovo Mario Delpini nell’omelia del 26 giugno 2020.

«In ogni età della vita, in ogni situazione familiare, professionale, in ogni condizione, si sperimenta l’insinuarsi del grigiore dell’insoddisfazione e, così, cerchiamo altrove», dice l’Arcivescovo.

Proprio perché «l’insoddisfazione rende irrequieti e, talora, rassegnati che cercano altrove qualche compensazione, magari nelle fantasie e trasgressioni. Gli irrequieti cercano altrove, un salto di qualità, una vita nuova, diversa».

Si può leggere in questa logica, persino, la vocazione dei primi discepoli, quelli che, nella pagina del Vangelo di Luca , il Signore incontra sul lago, «insoddisfatti del duro lavoro di pescatori». Eppure – perché c’è un “ma” – la soluzione a tanto grigiore esiste sempre: è scritta nella Parola di Dio e in tanti luminosi esempi umani, anche se «si è generata la convinzione che, per essere veramente santi, per portare a compimento quello di cui si sente la mancanza, sia necessario un altrove.

È più santo chi si dedica al ministero di chi continua il lavoro di sempre nella condizione di sempre. Ama di più chi si fa servo della comunità piuttosto di chi vive la sua vita di famiglia. Una persuasione che si è più perfetti, quando si intraprende una via che distacca dai legami familiari e dalla vita professionale».

«Ma non è altrove che troveremo quello che non troviamo là dove abbiamo scelto di dimorare, non è un’altra persona, né un’altra comunità, che possono darci quello che non troviamo nei rapporti di cui abbiamo la responsabilità».

«Dobbiamo imparare la via di “prendere il largo” che non significa cercare un altro lago, ma aprire gli occhi per riconoscere l’ampiezza, l’altezza, la profondità che sono custodite nel frammento.
Chiesa di Milano

Nessuno vive dappertutto, nessuno ama tutti, nessuno fa tutto. A ciascuno è toccato un frammento di vita, un pezzetto del giardino piantato da Dio in Eden, in oriente. Un piccolo frammento, ma se vivi nel frammento, obbedendo alla parola di Gesù, le tue reti non basteranno per l’abbondanza della pesca. Allora troverai la bellezza insperata degli affetti, la grandezza inaspettata delle persone, la fecondità sorprendente dei sacrifici quotidiani».

La seconda via è quella suggerita da san Paolo. «Impariamo a ospitare lo Spirito che rende figli. Lo spirito “da schiavi”, infatti, fa ricadere nella paura, mette nella condizione di trovarsi a disagio, di sentirsi stranieri, di fare le cose per forza o per paura di qualche punizione; posseduti da “altri”, come gli schiavi, dalle passioni, dalle ambizioni, da qualche demone. Al contrario, lo Spirito che rende figli mette nella condizione del Figlio, partecipi della sua vita, liberi di donarsi per sempre, fino al sacrificio, non costretti da un comandamento, ma persuasi dall’attrattiva della comunione, partecipi della sua gloria».

E, allora, «raccogliamo l’insegnamento di san Josemaría per interpretare le nostre insoddisfazioni e cercare la santità nella pienezza della vita».

E’ così che, anche durante il lockdown, si sono moltiplicate le iniziative di vicinanza, di evangelizzazione, di catechesi, attraverso i tanti mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione. Desideriamo proseguire questo slancio apostolico, per diffondere speranza, luce e gioia pur nelle difficoltà che tanti si trovano a dover affrontare. Siamo chiamati a vivere il duc in altum, a riprendere il largo».

Chiesa di Milano