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“Giovanni della Croce, che ci guidi sulla vetta del monte, prega per noi”.

Con questa preghiera, Gesù ha chiesto al Padre l’ideale evangelico per ciascuno di noi: “Padre, come Tu sei in Me e io in Te, siano anch’essi in noi una cosa sola. (Gv 17,20)
Nessuno deve scoraggiarsi per l’età avanzata negli anni perché Dio chiama a tutte le ore, e neppure la nostra debolezza spirituale deve impedirci di conseguire la meta perché Dio ci sostiene, abita in noi, ci tiene per mano introducendoci nell’autentico e sicuro cammino dell’unione con Lui.
Con la fiducia e l’abbandono che riponiamo nel Signore ci lasciamo illuminare dalla dottrina spirituale di San Giovanni della Croce.
Giovanni ebbe una vita breve, nacque nel 1542 in una Spagna non toccata dalla riforma protestante, quindi vivaio di santi e dotti che prepararono un’era nuova alla Chiesa.
Trascorre la fanciullezza nella povertà, negli stenti e da giovane nel duro lavoro come infermiere tra gli ammalati contagiosi. Ebbe tanto affetto per i suoi cari e specialmente per la sua mamma.
Amava teneramente la Madonna e quando dovette decidere in quale Ordine religioso diventare sacerdote, non esitò a scegliere l’Ordine della nostra Signora del Carmelo. Quando Santa Teresa d’Avila lo conobbe rimase ammirata ed ebbe a dire ”è una delle anime più pure che Dio abbia nella sua Chiesa”, e lo scelse come confessore per le sue monache. La sua fu una vita intrecciata di prove e sofferenze, fu calunniato e braccato come un malfattore, ma sopportò tribolazioni e carcere con pazienza eroica, rimanendo mansueto e buono. Padre Giovanni parlava poco, talvolta sorrideva compostamente e quando si intratteneva a parlare con le persone se ne ritornavano più devote e desiderose di vivere le virtù evangeliche. Ci ha lasciato le pagine più belle che potessero uscire dalla penna di un’anima innamorata di Dio.

Come arrivare alla vetta del “Monte”?

L’uomo è essenzialmente orientato all’unione con Dio e questa unione si è per prima realizzata nella Persona di Gesù.
E’ lo Spirito Santo l’operatore della nostra trasformazione, “siamo anime create per queste grandezze ed a esse chiamate”. L’anima condotta da Dio e mossa soltanto dall’amore per Lui deve passare attraverso una notte oscura di spogliazione e purificazione da tutti gli appetiti dei sensi, per ciò che concerne le realtà concrete del mondo, quelle che recano piacere alla carne e sono gradite alla sua volontà. Tale rinuncia costituisce una vera e propria notte dell’anima privata dal gusto sensibile, rimane al buio, vuota anche quando possedesse realmente i beni perché è solo l’attaccamento ad essi e il desiderio che essa ha di possederli. Fino a quando l’anima è avvolta da questi desideri non potrà essere illuminata e posseduta dalla pura e semplice luce di Dio.
San Giovanni infatti afferma: “Le tenebre non poterono accogliere la luce (Gv 1,5) Tutte le cose della terra e del cielo, paragonate a Dio, sono nulla, secondo quanto afferma Geremia. Tutta la sapienza del mondo e la scienza degli uomini, paragonata alla sapienza infinita di Dio, sono pura e somma ignoranza, come scrive San Paolo ai Corinzi: “La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio” (1 Cor 3,19)
Soltanto coloro che si fanno piccoli possiedono la sapienza di Dio. Perciò l’anima che si attacca agli onori o altre cose del genere è prigioniera delle sue passioni “chi vuol essere il più grande si faccia il più piccolo e chi vuole essere piccolo sarà fatto grande “(Lc 22,26).
Quando Dio comandò a Mosè d salire sul Monte, gli ordinò di salirvi solo, perché l’anima che deve salire il “Monte della perfezione” per comunicare con Lui, deve rinunciare e lasciare in basso il godimento di tutte le cose create che non sono Dio.
“Togli da me le intemperanze del ventre e i desideri della libidine non abbiano potere su di me” (Sir 23,6)
La partecipazione dell’uomo alla vita intima di Dio è già reale su questa terra, e avrà il suo compimento finale nella Gloria del Cielo. Il mistero dell’unione con Dio si compie in noi per iniziativa di Dio stesso, ma cresce e giunge alla perfezione solo con l’esercizio da parte nostra delle Virtù teologali: Fede, Speranza, Carità.

Secondo San Giovanni della Croce, le Virtù teologali vanno esercitate su due linee: quella della purificazione e quella dell’orazione. Mentre la prima si esercita in tutte le singole azioni della giornata, all’orazione dobbiamo riservare tempo e luogo adatti. L’anima in questa vita non si unisce a Dio per mezzo di ciò che può comprendere, immaginare, né tramite qualsiasi altra sensazione, ma solo mediante le tre virtù teologali, infatti la fede ci parla di cose che non possiamo capire con l’intelletto ed è sostanza delle cose che si sperano e la carità ci obbliga ad amare Dio più di tutte le cose.
Ricordando la parabola nel vangelo di Luca, dove si parla di un uomo che andò da un suo amico a mezzanotte per chiedergli tre pani (Lc 11,5), ebbene questi tre pani rappresentano le tre virtù.
E’ davvero molto stretta la porta e angusta la via e pochi sono quelli che la trovano. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.(Mc 8,34)
La permanenza nell’aridità, nell’avversioni, nelle sofferenze sono la pura croce spirituale, la nudità e la povertà di spirito del Cristo. Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11,30)
La vetta del Monte simboleggia la dimora di Dio, ci sono tre vie, quella di centro è la via di chi non ama Nulla all’infuori di Dio, nemmeno se stesso, eppure proprio in quel nulla l’anima si ritrova ricchissima di Dio, questo tutto è Dio.
E’ Dio che fa tutto, che purifica fino alle scorie e che divinizza fino alle ultime fibre dell’anima.
Allora, vedendola bellissima e amandola come sua Sposa la trasforma in sé.
Ai piedi del Monte della perfezione, che disegnò San Giovanni della Croce e distribuiva alle anime sue dirette, per stimolare l’anima a prendere con coraggio la strada del “nulla” aveva posto alcuni versetti:
“Per giungere a gustare il Tutto
non cercare gusto in niente.
Per giungere a possedere il Tutto
Non voler possedere niente.
Per giungere a esse Tutto
non volere essere niente….”
Il cammino dell’unione si sviluppa quindi in un progressivo annientamento del proprio “io”, (cioè avrà raggiunto l’estrema umiltà), al quale corrisponde, da parte di Dio, una progressiva presa di possesso dell’anima, unione che costituisce il più grande e più alto stato a cui si possa pervenire in questa vita