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Che ne sarà della nostra vita?

Si tratta di un dubbio che tocca l’uomo di tutti i tempi e anche noi: dopo questo pellegrinaggio terreno, che ne sarà della nostra vita? Apparterrà al nulla, alla morte?

Gesù ci assicura, dice all’Angelus il Papa, che la nostra vita “appartiene a Dio”, a Dio che ci ama e che si lega strettamente a noi. E’ il “Dio non è dei morti, ma dei viventi”. E aggiunge:

La vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza; ed è una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà. Al contrario, non c’è vita dove si ha la pretesa di appartenere solo a sé stessi e di vivere come isole: in questi atteggiamenti prevale la morte. E’ l’egoismo. Io vivo per me stesso: sto seminando morte nel mio cuore.

Francesco conclude con un’invocazione alla Vergine Maria perché lei ci aiuti a vivere nell’attesa della resurrezione dei morti e della vita che verrà. E raccomanda: “Aspettare l’al di là.”

“Andare a trovare un ammalato”

È nel Crocifisso che troviamo l’unica risposta possibile alla malattia e alla sofferenza dell’uomo: non esiste una risposta che spieghi il perché della malattia o della sofferenza – ha spiegato Papa Francesco – e di fronte a questo mistero possiamo solamente guardare Gesù sulla Croce.

“Andare a trovare un ammalato” ha detto Papa Francesco “è andare a trovare la propria malattia“: nei malati vediamo la parte di noi stessi che è ammalata e per questo è sempre così difficile e al contempo così importante visitare gli ammalati.

“Non è facile avvicinarsi a un ammalato“, anche perché chi è malato tende a nascondersi: le persone ammalate, ha spiegato il Pontefice, provano un certo pudore della vita. Essi si nascondono allo stesso modo come l’amore, il vero Amore, sempre si nasconde per pudore.

È per questo che “per trovare un ammalato bisogna andare da lui, perché il pudore della vita lo nasconde“. Tuttavia è importante rompere questo velo di pudore poiché in ogni ammalato troviamo una parte di noi stessi: “andare a trovare un ammalato è andare a trovare la propria malattia, quella che noi abbiamo dentro – ha aggiunto il Vescovo di Roma – È avere il coraggio di dire a se stesso: anche io ho qualche malattia nel cuore, nello spirito, nell’anima, anche io sono un ammalato spirituale“.

È così che veniamo introdotti nel mistero della malattia: “Dio ci ha creati per cambiare il mondo – ha detto Bergoglio – per dominare la Creazione” ma la mattia, particolarmente quelle lunghe malattie che durano tutta la vita, ci mettono difronte alla nostra povertà umana e alla nostra pochezza.

Sembra quasi un “fallimento” del progetto che Dio ha affida all’uomo e così “si può avvicinare una malattia soltanto in spirito di fede“. Possiamo giungere a comprendere la malattia e la sofferenza “soltanto se guardiamo a Colui che ha portato su di sé tutte le nostre malattie, se ci abituiamo a guardare il Cristo Crocifisso“.

Papa Francesco