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Ascoltare la proposta cristiana che sconfigge la morte.

Atteso da studenti, docenti, accompagnatori e formatori, provenienti da sei diversi istituti superiori e licei, dopo il saluto introduttivo di madre Giulia Entrade, direttrice dell’Asteria”, l’Arcivescovo ricorre subito a una metafora per delineare il tema dell’incontro, “E se non fossimo tutti condannati a morte?”. Metafora che pare una favola, ma non lo è. «Nel paese chiamato Pollaio – dice – vive gente allegra, che mangia bene, che ha tempo per divertirsi, che trascorre giornate tranquille, sempre uguali. A Pollaio non ci sono veri e propri cittadini, ma piuttosto gente un po’ schiava. È la città-mercato, dove si trova tutto quello che serve, si assaggiano cibi esotici, si provano sempre nuovi vestiti e prodotti. Non si possono porre troppe domande: soprattutto, quella che non si può fare riguarda dove si va a finire». Insomma, Pollaio è il paese (che conosciamo bene) in cui «il pensiero è un lusso e la libertà una inquietudine. D’altra parte, a cosa serve la libertà di fare qualsiasi cosa se non si sa cosa fare?».

Ma poi c’è Socrate, quello che l’Arcivescovo definisce il «guastafeste», che poneva domande, suggerendo che «la cosa più preziosa dell’uomo non sono le sue ricchezze, la bellezza fisica, la notorietà o il potere, ma l’anima». E naturalmente, alla fine, l’hanno condannato a morte, ma gli interrogativi, fino all’ultimo, sono proseguiti. La citazione è quella, famosissima, tratta dall’Apologia di Socrate di Platone: «Ormai è ora di andarsene, io a morire, voi a vivere: chi di noi vada verso la mèta migliore, è oscuro a tutti tranne che alla divinità».

«Si insinua l’idea che, forse, la morte non è semplicemente un’inevitabile fine di tutto, ma l’ingresso in una sorte più beata della vita – rileva l’Arcivescovo -. Si capovolge, nella grande speculazione metafisica, la prospettiva corrente: la vera vita è quella liberata dalla corporeità e dalle passioni, perché ne esiste un’altra non appiattita sulla condizione materiale. Platone sa già che il meglio è altrove». E continua: «Anche Gesù può essere considerato un guastafeste: infatti, viene condannato a morte». Eppure, proprio il Figlio dell’uomo grida contro la morte, ponendo la domanda di dove si vada a finire.

«Quando ci si confronta seriamente con la morte dell’innocente, di un bambino, sentiamo istintivamente l’interrogativo su dove sia Dio, come se non si potesse affrontare la questione senza mettere sotto processo il Signore. Invece, dovremmo chiederci come si è comportato Gesù. Dio, in Gesù, che è venuto per la vita, si rivela come Colui che si ribella contro la morte». Per questo la «vita eterna è già qui, è un amore, è un rapporto; non è un luogo, non una condizione fisica: è la relazione di Gesù con noi, la comunione, la sua presenza nella storia».

Chiesa di Milano