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12 Maggio 2018. Le riflessioni di un pellegrino

Non appartengo alla schiera degli amanti dei pellegrinaggi, anche se ho avuto la fortuna (o la Grazia) di farne uno (l’unico nella mia vita!) che è stato indimenticabile e che ha innestato un contorto e dibattuto cammino di fede in me.

Quella di sabato scorso è stata, però, un’esperienza che, per quanto breve, non lascia indifferenti. Tante le immagini, i sentimenti e i ragionamenti che si sono accavallati, accompagnati dalla sensazioni di aver fatto un importante percorso di fede … in mezza giornata.

In quel momento nasce allora il desiderio, la necessità di riflettere sull’esperienza vissuta e di trascriverla per poterla rivivere nel tempo. Una trascrizione che necessariamente è formata da “immagini” di riflessione che rispecchiano i punti che maggiormente hanno colpito.

 

La prima immagine riguarda P. Rupnik.

Una celebrità mondiale, sia come artista che come teologo. Nessuna presentazione introduttiva da parte di alcuno. Ha preso il microfono e ci ha subito fatto capire la sua profonda fede: il punto dal quale prende spunto la sua arte. Un artista, ci ha ricordato, è un fedele che, con il dono della sua arte, rende testimonianza a Dio. E questa testimonianza non può esistere se non è in relazione con Cristo.

La Relazione: un termine che spesso sentiamo, ma del quale non cogliamo il vero significato. Un termine che sabato è stato il tema centrale del discorso di P. Marko, a partire dal suo incipit, quando si è presentato e ha definito il suo modo operare: prima di creare prega, per vivere la relazione e attraverso essa ispirare la sua opera.

A quel punto si comprende anche la sua modestia ed umiltà. Non è infatti sfuggita a nessuno la sua grandezza di uomo. Una cultura teologica enciclopedica … in presa diretta! Le sue citazioni puntuali che supportano la sua catechesi. Una catechesi che resta immortalata in noi perché resa “visibile” – e, quindi, più facilmente memorizzabile –  dagli esempi e dai dettagli dei suoi mosaici.

Questo suo modo di essere è la prima dimostrazione del suo vivere la relazione con Cristo. I suoi grandi talenti sono per lui doni che trovano una giustificazione solo se in relazione. Doni che se staccati dal Donatore non danno frutti buoni. E questo suo continuo ricordarcelo si accompagna a come vive la sua grandezza di uomo: non orgoglio per quello che è e che riesce a fare, ma gratitudine!

Che lezione di umiltà per noi. Per me!

 

La seconda immagine è la semplicità e chiarezza della sua catechesi.

Una semplicità che ricorda gli artisti di strada, che fanno le caricature delle persone. In pochi tratti sanno fare emergere le nostre caratteristiche somatiche e spesso anche quelle caratteriali. Pochi tratti di penna, ma estremamente precisi che ci fanno “vedere” e comprendere la persona.

Il suo comunicare dimostra che il messaggio di Cristo non può essere una cosa complessa che richiede profondi studi e tomi di spiegazioni. È la profondità delle cose semplici!

Non per niente P. Marko ha sottolineato che essere competenti fa di noi un uomo “religioso”, non un buon cristiano. Senza la relazione con Cristo, la nostra conoscenza religiosa non dà frutto. È autoreferenziale. Individuale.

O noi siamo in Cristo – come lui è in noi – o siamo solo dei saccenti (magari pure ignoranti).

 

La terza immagine riguarda la Comunione e la comunione.

Io sono cresciuto conoscendo solo la Comunione. Ovvero l’ostia consacrata. Il Corpo di Cristo. Un nutrimento spirituale.

Non solo, ma ho sempre vissuto la consacrazione da spettatore di una liturgia alla quale avevano accesso solo i sacerdoti, essendoci, nella mia abissale ignoranza, un solo sacerdozio: quello dei preti.

P. Marko ha rotto il velo che la mia ignoranza (o forse la catechesi che avevo ricevuto) aveva posto tra me e l’Eucarestia. Non siano spettatori, ma attori. Anzi protagonisti!

E questo, come P. Marko ci ha fatto notare, viene ricordato all’inizio della liturgia eucaristica (anche se molto spesso viene usata la forma ridotta che non riprende questi concetti) quando l’officiante recita: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna. In quel momento sull’altare (assolutamente quadrato!) c’è la nostra vita, il nostro lavoro. Non solo le nostre difficoltà, ma anche le nostre gioie (perché siamo su questa terra per goderci il mondo, in quanto Dio è anche nella materia che ci è stata data perché ne godessimo … purché secondo un suo utilizzo sacramentale).

La nostra offerta, che il sacerdote invocando lo Spirito Santo convertirà nel Corpo di Cristo, ci rende quindi co-celebranti, anche se con ruoli ben diversi!

Che prospettiva diversa da quella che la mia ignoranza mi aveva sempre offerto!

 

La quarta immagine il ruolo di Cristo e l’importanza dello Spirito Santo

La sintesi del suo pensiero P. Marko ce l’ha  data ricordandoci un passo che ascoltiamo distrattamente (almeno io) in  ogni Messa:

per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre onnipotente nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli.

In questa frase c’è l’essenza del cristianesimo.

È solo attraverso Cristo che arriviamo al Padre, ma senza l’aiuto dello Spirito Santo – quella fiammella che sembra essere stata ridotta ad essere solo una “terza persona” per altro poco ricordata – non ci relazioniamo con Cristo e non possiamo arrivare al Padre.

E questo “messaggio”, ci ricorda sempre P. Marko, è raffigurato nel Cristo del suo mosaico.

L’ovvio che ho sentito migliaia di volte, ma che non ho mai colto nella sua essenza!

 

La quinta immagine è il concetto di Chiesa

Il passaggio a comunità pastorale non è solo un aspetto organizzativo dettato dalla mancanza di vocazioni. È anche la volontà di ritornare alla centralità dell’essere Chiesa. Un concetto che molti non hanno mai compreso e forse neanche appreso. Ed io sono uno di questi!

P. Marko, ad una domanda precisa di Don Zaccaria, ha ricordato che la Chiesa è nella trasformazione eucaristica, che è l’essenza dell’essere Chiesa perché il concetto di Comunione (come l’avevo sempre vissuto io) si trasforma in comunione in Cristo di tutta l’umanità (un’umanità che comprende non solo i nostri contemporanei, ma anche quelli che ci hanno preceduto e quelli che verranno dopo di noi). E questa comunione non è altro che la Chiesa!

Di fronte a questa visione, dovrebbe essere insignificante accorpare poche chiese e superare la difficolta di farle sentire sorelle in una comunità pastorale! Se siamo in comunione con Cristo lo siamo con l’umanità nella sua dimensione temporale eterna.

Questo concetto ci può piacere o meno. Spaventarci o affascinarci. Possiamo anche non crederci. È la nostra libertà!

Ma questa è la Chiesa!

 

La sesta immagine è una domanda: ed io, ora, cosa faccio?

Rileggendo quanto ho scritto mi ha fatto ricordare il concetto “uomo religioso”. Ho elencato dei concetti. Tesi che ritengo di aver compreso.

Manca la dimensione della mia adesione alla relazione. La vera difficoltà, infatti, non è il capire i messaggi, ma decidere cosa fare della relazione con Cristo. Un concetto o un’adesione?

E qui l’uomo razionale si ferma, in quanto basato sul solo sfruttamento dei talenti (doni) di cui dispone, e deve subentrare l’uomo della fede per collegarsi al Donatore.

Cercare la relazione, sentirla e … crederci! Questo è il cammino che giornate come quella di sabato ci suggeriscono.

Sta quindi a noi (me!) decidere se intraprendere questo cammino o … procrastinare la decisione.

Forse è il momento di fare due chiacchiere con lo Spirito Santo!!!