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“La cura dell’altro non è perdita di sé, la gratuità del dono è parte necessaria dell’agire”

“Si tende a non percepire l’importanza della cura messa in atto dalla madre nelle prime fasi della vita, come se tutto fosse inscritto nell’ordine naturale delle cose…”.
“Prima di ogni altra cosa occorre sviluppare la consapevolezza del valore della cura praticata dalla propria madre, quella cura da cui dipende la qualità delle prime fasi della vita.”

“L’atto donativo – ha detto la prof.ssa Mortari al congresso di Caserta per la Pastorale della salute organizzato dalla Cei – è necessario nella cura. Gli esseri umani sono relazionali, fili nel tessuto della vita. Il nostro filo è intessuto con quello degli altri”. Anche il bene è sempre condiviso con l’altro: “Nel momento in cui ci prendiamo cura del nostro filo – ha sottolineato – ha senso se ci prendiamo cura anche del filo di qualcun altro. La cura dell’altro non è perdita di sé, la gratuità del dono è parte necessaria dell’agire”. Secondo Luigina Mortari, però, “se ciascuno dimenticasse se stesso non avrebbe la forza per curare l’altro. Non esiste un donare infinito perché è solo di chi ha un potere infinito. Il dono implica una grande saggezza perché lascia spazio all’altro come fa la madre con il bambino”. Nella pratica clinica questo si traduce nel “medico che c’è, è disponibile, ma non si sovrappone al malato”. “Se vuoi essere un buon curante non ti fidi delle regole degli altri ma ti appropri della tua capacità di pensare e ti affidi al bene imparato fin dalla nascita”. “Quello che ci chiedono i sanitari – ha concluso – è avere bisogno di pensare a quello che fanno”.

SIR Servizio Informazione Religiosa